Anche stavolta, come nel precedente articolo, voglio partire da un semplice episodio di vita quotidiana.
Una mattina qualunque, di qualche giorno fa.
Entro in una piccola sartoria vicino casa, con una cintura tra le mani: uno dei regali ricevuti per il mio ultimo compleanno.
Ho in mente una cosa precisa: fare un buco in più.
La guardo, la rigiro, e penso che forse un solo foro in più non basterà. Prima di porgerla al commesso, decido di misurarla. Tolgo quella che indosso, infilo la nuova… e resto stupito.
Mi sta perfettamente.
Non solo non serve un buco in più, ma ce ne sono già a sufficienza, al posto giusto. La cintura tiene i miei pantaloni di jeans esattamente come dovrebbe.
La sorpresa non è tanto nella cintura, ma nella mia convinzione.
Ero sicuro, quasi certo, di averla già provata e di aver pensato che fosse troppo stretta. Ma forse avevo solo immaginato di averlo fatto.
O forse, più probabilmente, avevo semplicemente creduto che dovesse essere stretta.
Qualcuno potrebbe pensare: negli ultimi tempi, la circonferenza della tua vita si è allargata!
No, in realtà non può essere questo: quel regalo aveva solo pochi giorni di vita, e da allora il mio peso e le mie dimensioni sono rimaste identiche.
La spiegazione risiede piuttosto in quel sottile meccanismo, secondo il quale le cose, così come sono, non bastano mai. Che c’è sempre qualcosa da aggiustare, modificare, migliorare.
E quel qualcosa, troppo spesso, siamo proprio noi.
Crediamo di non andare bene così come siamo, che ci manchi un pezzo, una parte, un passo, un talento in più per piacere, per essere all’altezza, per sentirci finalmente “giusti”.
Ci convinciamo che dovremmo essere diversi per meritarci qualcosa: l’amore, l’approvazione, la stima.
È come se girassimo con una piccola lima in tasca, pronti ad aggiustarci appena qualcosa ci pare “non conforme”.
Eppure, quel giorno, davanti allo specchio della sartoria, ho avuto l’impressione che fosse accaduto l’opposto. Che finalmente qualcosa calzasse giusto così com’è. E che forse era il mio sguardo a dover cambiare, non la cintura.
È un po’ quello che accade ne “Il mago di Oz”.
Dorothy e i suoi compagni attraversano un lungo viaggio, tra paure e illusioni, alla ricerca di ciò che credono di non avere: un cuore, un cervello, il coraggio, la via di casa.
Solo alla fine scoprono che ciò che cercavano era sempre stato dentro di loro.
Non mancava niente. Avevano solo bisogno di rendersene conto.
Proprio come la mia cintura.
Non sempre serve un buco in più.
A volte, serve solo smettere di crederci mancanti.
E iniziare a indossarci — finalmente — per quello che siamo.